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Feedback fenomenologico e feedback personale

Il feedback a sandwich, e quello tipico del coaching, non esauriscono di certo il ventaglio delle alternative che puoi seguire. Ci sono altre due alternative presentate nel seguito.

Un terzo modello, infatti, è quello del “feedback fenomenologico”, che non esprime giudizi/valutazioni (dal momento che quando una persona si sente giudicata può scivolare sulla difensiva), ma consiste nel riferire ciò che si è percepito dal proprio punto di vista:

Iniziare, quindi, il feedback con frasi del tipo:

“Mentre tu parlavi, io:

  • “ho visto…”
  • “ho ascoltato…”

Poi c’è anche il “feedback personale”, nel quale possiamo riferire anche il vissuto di chi dà il feedback (per esempio, “mentre parlavi, ho immaginato che…, ho sentito dentro di me…”); questo tipo di feedback è di più difficile attuazione ma può rendere più profonde le relazioni in quanto porta ad una condivisione reciproca.

Nel feedback personale, dunque, si riporta a chi ci ascolta cosa accade dentro di noi mentre lo osserviamo.

Al di là dei modelli, qualche suggerimento su come dare un feedback, che vale a prescindere dal modello seguito:

Prepararsi

Siccome il feedback può anche far male, la prima regola di un buon feedback è prepararsi, non dire ciò che passa per la testa appena viene in mente di dirlo. In altre parole, occorre saper evitare di dare feedback in modo automatico, non riflettuto.

Chiedere il permesso

Prima di iniziare a dare un feedback, valutare se è il momento giusto per l’altro per ascoltarlo. Trovare il momento migliore per chi lo riceve.

Accettare il rifiuto

È importante anche saper accettare un rifiuto del feedback. Spesso le persone, anche le più aperte, possono reagire negando o rifiutando il feedback. In questi casi conviene lasciare che la persona ci pensi su rispetto al feedback ricevuto, senza insistere oltre o cercare di convincere la persona che il feedback sia sensato.